FILFest, “smantellano lo Sprar? Trovare una terza via per l’accoglienza dei migranti, partendo da Comuni, scuole e famiglie”

Trovare una “terza via” per l’accoglienza dei migranti, partendo dalle comunità di base, le scuole e le famiglie. Provando a inserirli in percorsi lavorativi. Capitalizzando l’esperienza di Riace che potrebbe essere applicata anche in molti borghi siciliani, dalle Madonie ad altre realtà. Una “terza via” che può generare sviluppo e anche il recupero di interi territori. E’ questo il messaggio che viene fuori dall’incontro “Tempo di accoglienza: trovare spazio”, che si è svolto questa mattina al Fil Fest, il festival della felicità Interna Lorda in corso a Catania. Un dibattito moderato da Alessandro Ficile dell’Agenzia di Sviluppo delle Madonie, attualissimo, viste anche le disposizioni normative che hanno ridotto il sistema degli sprar e un sistema di accoglienza diffusa che era diventato una buona prassi nel territorio. “Il sistema è stato smontato – dice Agostino Sella, presidente dell’associazione Don Bosco 2000 – e il rischio è che molti minori che raggiungono la maggiore età e chi non ha ancora ricevuto l’asilo politico finiscano per strada. E’ chiaro che si sta operando per favorire un clima di paura, anche perché rimpatriare davvero i migranti senza gli accordi bilaterali con gli Stati di provenienza è impossibile. L’unico modo per aiutare i ragazzi a cui scade la protezione umanitaria, invece, è offrire loro un lavoro. Bisogna coinvolgere le aziende che possono offrire borse lavoro e tirocini formativi, anche in ambiti lavorativi quasi abbandonati dagli italiani”.

Quale sia il ruolo della scuola in un sistema di accoglienza diffusa lo ha evidenziato Ignazio Sauro, presidente della rete scolastica delle Madonie, testimoniando come “alcuni migranti senegalesi sono diventati insegnanti di lingua francese” e sottolineando che tutti i “bambini che vengono nel nostro paese hanno una serie di diritti ineludibili, quali sanità e istruzione” anche se in alcuni casi “anche la scuola deve subire grandi pressioni” dalla comunità locale restia all’accoglienza e all’integrazione. “Serve un cambio di paradigma politico – aggiunge Sauro – o saremo costretti ad affidarci sempre e solo alla buona volontà dei singoli. Perciò confido che un “contagio” culturale di apertura si diffonda”.

E’ Valentina Bellelli, coordinatrice di Welcome Refugees di Catania, a porre l’accento su un sistema di accoglienza possibile, anche alternativo agli sprar se vogliamo. “Verissimo – dice Bellelli – c’è bisogno di una terza via, che non significa moltiplicare il tempo di accoglienza, ma migliorarlo. Se un progetto sprar si concludesse in una accoglienza in famiglia, potrebbe avere un risvolto diverso sul fronte dell’integrazione. Il sistema sprar viene smantellato? Indubbio che il clima politico è sfavorevole all’accoglienza, ma sfruttiamo questo momento, sfruttiamo “l’effetto Salvini”: a Catania negli ultimi sei mesi abbiamo avuto un boom di associazioni: fino al maggio 2017 in due anni avevamo visto l’adesione di sole 7 famiglie, negli ultimi 6 mesi hanno aderito in 21. Evidentemente la gente sente bisogno di prendere posizione, di fare. Il nostro è un esempio indicativo, abbiamo 1176 iscritti, ma solo 200 sono attivi; molti sono in piccoli centri e non riusciamo ad attivarli. Si potrebbe però lavorare con i Comuni, con le scuole, coinvolgendo i genitori. L’unica via che possiamo praticare è lavorare dal basso per questo terzo tipo di accoglienza, con il coinvolgimento delle comunità”. Atteso il racconto sull’esperienza di Riace fatto da Giovanni Maiolo, referente Comune di Riace per la rete dei Comuni solidali Re.Co.Sol. “Per sottolineare l’importanza dei Comuni per trovare una via alternativa – annuncia – martedì costituiremo la rete Solida, che coinvolge municipi di diversi paesi della Ue. DI Europa, anche se ci sono tante cose che non ci piacciono, c’è bisogno, purché si riesca a costruirla da una dimensione locale. Quello che è accaduto a Riace e Mimmo Lucano è incredibile per chi lo conosce, ed è difficile raccontare un “modello” nato vent’anni fa in un paese che era stato svuotato dall’emigrazione dei riacesi e che grazie ai migranti ha ripopolato le case, ha evitato di chiudere la scuola, che invece oggi è stata chiusa. Il progetto Riace è sempre stato all’avanguardia, va oltre gli sprar, intanto oggi i migranti sono stati trasferiti da Riace, le associazioni di accoglienza sono fortemente indebitate, oltre che essere sfrattate dai loro locali, ma allo stesso tempo c’è una reazione dal basso di indignazione. Ed è emblematico che molti migranti che dovrebbero andar via hanno deciso di restare o di tornare, anche rinunciando alle misure di accoglienza, perché a Riace hanno trovato una dimensione umana, una dignità che dovremmo offrire a tutti”. All’incontro hanno preso parte anche Daniela Fiandaca, assessore della Unione dei Comuni Madonie con delega all’integrazione; Fabrizio Ferreri, scrittore ed autore “Borghi di Sicilia”; Calogero Santoro, Associazione Girasoli; Rocco Sciacca, presidente della Cooperativa Iride.